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Italia, Francia, Estonia

In questo articolo troverete delle proposte pensate per scardinare le dinamiche conflittuali, per invertire i ruoli, le azioni e le reazioni ed osservare il conflitto da altri punti di vista, permettendo la creazione di nuove modalità non violente per gestire tali conflitti. Le proposte si basano su tre casi studi su conflitti che si sono verificati in Italia, Francia, Estonia.

CASO STUDIO 1: ITALIA

Alla fine del laboratorio di writers rivolto a giovani e adolescenti provenienti da diverse periferie romane, è stata organizzata una festa nel quartiere dove si sono tenuti gli incontri del laboratorio. Si tratta di un comprensorio di case popolari con un grande cortile interno – la piazzetta – con 12 palazzi bianchi a 6 piani intorno, in cui quotidianamente giocano bambini, si riuniscono giovani, si incontrano gli adulti e gli anziani e in cui da circa 11 anni opera il progetto di educativa territoriale rivolto direttamente ad adolescenti e indirettamente a tutta la comunità. Il laboratorio di writing è stato realizzato in parte all’interno di un locale dei palazzi, ma principalmente all’esterno, nella piazzetta: in questo modo gli abitanti del quartiere hanno potuto assistere alla crescente partecipazione dei giovani al laboratorio ed i loro miglioramenti nell’arte del writing. Alcuni di loro hanno anche partecipato all’organizzazione della festa di conclusione del laboratorio durante la quale era stata prevista la realizzazione di graffiti su 2 muri vicino alla piazzetta. La selezione dei muri da “graffitare” è stata fatta dai ragazzi del quartiere che li hanno scelti perché erano muri scarabocchiati e perché da tempo si parlava di ripulirli. Nei giorni precedenti alla festa i muri sono stati rimbiancati dagli operatori del progetto, dai ragazzi e da qualche cittadino; contemporaneamente è stata scritta una lettera informativa sulle attività della festa, con annessa una raccolta di firme rivolta agli abitanti per ricevere il loro consenso alla realizzazione della festa e alla realizzazione dei graffiti. Tutti gli abitanti a cui è stata sottoposta hanno firmato: alcuni mal volentieri, altri con molto entusiasmo. Il giorno della festa c’è stata una grande partecipazione di tutto il quartiere, in particolare nel momento in cui i ragazzi e le ragazze del laboratorio realizzavano i loro graffiti. Durante tutto lo svolgimento della festa sono stati riportati agli operatori commenti positivi sui muri finalmente resi decorosi e sulla bella giornata proposta.

La mattina successiva, una ragazza ha telefonato in lacrime agli operatori del progetto perché aveva scoperto che i muri colorati il giorno prima erano stati imbiancati durante la notte da qualcuno, che aveva coperto tutto il lavoro fatto non solo durante la festa, ma in tutti i mesi precedenti.Tornati in quartiere, gli operatori hanno parlato con i giovani ed alcuni adulti per capire cosa fosse successo e chi aveva coperto il lavoro. Dopo qualche giorno ha preso concretezza l’ipotesi che potesse essere stato un gruppo di 4 o 5 giovani del quartiere, di solito etichettati dagli abitanti come “quelli che si sentono i padroni”. L’ipotesi nel tempo è diventata una certezza che però nessuno ha potuto provare dal momento in cui non ci sono testimoni che hanno assistito alla copertura dei graffiti.

Quando poi si è discusso su come reagire a questo atto, vissuto come un sopruso dai ragazzi, ma anche dai cittadini e dagli operatori, è stata lanciata la proposta di andare a parlare con il gruppo – in particolar modo con uno di loro, visto come il leader – , o di fare nuovi graffiti sugli stessi muri. Alla fine nessuna delle due è stata concretizzata per non innescare dinamiche difficili da gestire.

Ad oggi, a distanza di 9 mesi, quei muri sono ancora come sono stati lasciati dopo il raid notturno per coprire i graffiti.

ANALISI DEL CASO STUDIO 1: ITALIA

Questo è il tipico caso nel quale viene evitato il conflitto per non innescare dinamiche a catena difficili da gestire. La scelta di evitare di gestire un conflitto lascia il gruppo sconcertato e privato del risultato finale. In questo caso i muri sono rimasti bianchi a nove mesi dall’accaduto, i “padroni del quartiere” hanno vinto la loro battaglia, i partecipanti perso la loro. Non creare un confronto con il gruppo che ha imbiancato i muri ha portato ad un risultato vincitori-perdenti.

A nostro avviso un incontro ludico propositivo con i giovani che si considerano i padroni del quartiere avrebbe dato luogo ad una possibile, fruttuosa collaborazione. E’ importante tenere presente che questo gruppo si è sentito violato ed invaso territorialmente e che l’invasione territoriale e la divisione degli spazi è una delle cause che scatenano intolleranza, razzismo e che possono portare alla manifestazione di atti violenti. In questo caso una proposta operativa poteva essere cercare di coinvolgere il gruppo “padrone” nel graffitare il muro, lasciandogli uno spazio di intervento: ad esempio uno spazio bianco – attraverso cui esprimere il desiderio ed il bisogno di comunicarei – uno spazio in cui il gruppo si sarebbe riconosciuto.

METODOLOGIA E STRUMENTI

Come arrivare all’obbiettivo?

Come riuscire ad instaurare una “relazione” costruttiva con la controparte?

E dove vogliamo arrivare?

La prima indicazione da dare è che bisogna mettere in gioco il sé: è necessario partire dalla consapevolezza e dalla responsabilità personale – dalla conoscenza di sé stessi e del proprio modo abituale di affrontare i disagi e i problemi che stanno alla base di ogni conflitto – e comprendere come riconoscere i segnali attraverso cui il conflitto si sta manifestando. Esplorare ed osservare come ci si rapporta all’interno di un gruppo permette di comprendere comportamenti che spesso restano non decodificati, per ciò si può affermare che approfondire in modi diversi l’analisi ci pernette di comprendere ed in alcuni casi, di gestire il conflitto.

L’intervento educativo/formativo, se non vuole limitarsi a una mera trasmissione di informazioni, dovrà basarsi sull’esperienza diretta. Le metodologie da utilizzare sono quelle proposte dalla pedagogia attiva, dal gioco come esperienza esplorativa e di apprendimento, dagli esercizi finalizzati alla messa in discussione individuale. Elemento comune in tutti i metodi è il “sentire” le diverse forze in gioco per acquisire una maggiore consapevolezza dello “stile” che ciascuno di noi utilizza nel momento i cui “vive” il conflitto.

Un ulteriore strumento per facilitare l’intervento educativo/formativo è il teatro sociale, in particolare il Teatro dell’Oppresso di Augusto Boal. Questo strumento permette ai giovani di analizzare con maggiore chiarezza i meccanismi di difesa che possono determinare alcuni loro problemi e di ottenere così nuovi strumenti operativi che possano portare ad una loro soluzione. Infatti la possibilità di vedersi in azione attraverso uno “specchio dinamico” che è costituito dalla teatralità permette di immedesimarsi in nuove situazioni – ognuno di noi può evocare nuovi personaggi che agiscono in modo diverso da come noi faremmo – di cambiare punti di vista e di ipotizzare quindi un cambiamento.

Inoltre il teatro dell’Oppresso permette di scardinare la relazione rigida e pre-costituita tra attore e spettatore, rompe le righe e le distanze e rende tutti potenziali partecipanti dinamici della scena, capaci di proporre e portare in azione nuove soluzioni al conflitto rapprensetato. Passando dal ruolo di spettatore a quello di attore, i ragazzi potranno esplorare altri punti di vista, sperimentare nuove azioni e reazioni: l’idea che muove il lavoro è che le idee, l’energia e le strategie messe in gioco nello spazio scenico possano, una volta emerse, essere applicate anche nella vita reale.

Di seguito alcuni giochi esercizi che possono essere utilizzati:

Gioco esercizio “La zattera ed il mio posto sulla zattera”

Il gruppo cammina nello spazio, non in cerchio, ma liberamente percorrendo varie direzioni. Quando il trainer decide, intima a gran voce lo Stop! I partecipanti si “congelano” nella posizione che hanno nel momento dello Stop! Poi senza guardarsi e senza che nessuno esca dalla posizione di congelamento, si invitano i partecipanti a “raccontare” come è il proprio corpo, quali sono le posizioni degli arti e cos’è che procura loro disagio. Poi ogni partecipante viene invitato a parlare in prima persona, a raccontare come si è sentito/a, cosa ha provato, cosa ha pensato e come ho vissuto l’ esperienza.

Questo gioco serve per facilitare l’esplorazione dello spazio, del corpo, delle tensioni e comprendere dove si manifestano, per racconto il proprio corpo ed ascoltare il disagio.

Il gioco ci porta ad esplorare il corpo, per alzare il livello di consapevolezza su quelle che sono le nostre tensioni. Sentire che il corpo è a disagio, che stiamo provando un fastidio, diventare collaborativi con il nostro corpo e con i nostri fastidi, riconoscerli e comprendere che sono parte di noi, cercare di non allontanarli immediatamente o di trasformarli ci può permetter di gestirli creativamente.

Gioco esercizio “Foto linguaggio”

Per questa attività servono vecchie fotografie, ritagli di giornale e immagini pubblicitarie.

Il trainer propone ad ogni partecipante di scegliere una o più immagini che rappresentano secondo lui/ei il “il confitto”. Poi tutte le immagini vengono affisse ad un cartellone e ognuno racconta perché ha deciso di scegliere quella/e determinata/e immagine/i.

Il foto linguaggio permette ai partecipanti di riflettere sul perché delle proprie scelte, di analizzare le differenze ed i punti di contatto con le definizioni di conflitto fornite dagli altri e li aiuta a distinguere tra lo stato di conflitto e la gestione del conflitto.

Gioco esercizio “Io e il conflitto”

Il trainer pone un oggetto qualunque per terra, al centro del cerchio.

Invita i partecipanti ad immaginare che sia un conflitto che li coinvolge in prima persona e a chiedersi quale atteggiamento terrebbero di fronte tale situazione e quale poi di fatto abitualmente tengono nella vita rispetto al conflitto. A questo punto, in silenzio, ciascuno si pone ad una certa distanza e con la postura che ritiene adatta ad esprimere il suo atteggiamento personale.

Questa attività permette ai partecipanti di analizzare – razionalmente e visualmente – quali sono le proprie reazioni e sentimenti verso un conlflitto e a lavorare sulla ricerca delle motivazioni alla base dei propri comportamenti.

Gioco esercizio “Seduti sul conflitto”

Il trainer fa allontanare il gruppo e crea un cerchio di sedie. Su ognuna di esse appoggia un biglietto che descrive un atteggiamento generale assunto nelle situazioni di conflitto. Le persone rientrano e devono sedersi là dove pensano che sia decritto meglio il loro atteggiamento abituale. Se ci fossero competizioni per la stessa sedia i partecipanti devono comportarsi proprio secondo la modalità che il biglietto della sedia prescelta descrive.

Una particolare attenzione in un percorso educativo/formativo deve essere posta al momento di riflessione operativa – il Debriefing – da realizzare al seguto dei giochesercizi e che ne costituisce il coronamento ai fini dell’apprendimento per esperienza.

Il debriefing facilita la riflessione e l’ analisi delle esperienze vissute durante i giochi, permette di cogliere i meccanismi – logici e non – alla base delle azioni e delle rezioni che si sono manifestate, consente di sviluppare un’analisi dettagliata e di ipotizzare le relazioni che hanno determinato la modifica di un comportamento.

Gioco esercizio: “Ascolto il mio corpo – io e la rabbia”

Il conduttore legge, una per volta, quattro frasi che rimangono sospese e senza una risposta, poi permette ad ogni partecipante di completare la frase con la propria risposta. Queste frasi possono ad esempio iniziare così: “Mi arrabbio quando gli altri…”, “Quando gli altri sono irritati con me, mi sento…”, “Sento che la mia aggressività…”. Quando sono state lette tutte le frasi e scritte le risposte, i partecipanti devono attaccarsi il foglio sulla maglietta.

A questo punto si dividono i partecipanti in gruppi che devono analizzare le risposte e le razioni. E’ opportuno indirizzare i partecipanti a concentrarsi sull’effetto che si ha condividendo col gruppo sentimenti di rabbia. Si coniglia inoltre di eseguire la parte di analisi in una sessione pratica di manifestazioni di rabbia. Ad esempio si possono formare coppie che simulano, in un role-play game, varie situazioni nelle quali la rabbia si manifesta. In questa fase si invitano i partecipanti a sperimentare nuovi comportamenti per vedere quali sviluppi, risvolti, mutamenti si manifestano e a prestare attenzione alle reazioni del proprio corpo e dei propri stati d’animo.

Il conflitto spesso si manifesta attraverso il disagio fisico ed una delle reazioni più frequenti è la rabbia. Questa attività permette di osservare come i partecipanti esprimono i propri sentimenti di rabbia all’interno di un gruppo, di studiare gli effetti dell’aggressività all’interno del gruppo e di identificare comportamenti che provocano rabbia negli altri.

OBIETTIVI E FINALITÀ:

Gli esercizi di improvvisazione teatrale sono finalizzati a:

- facilitare una distinzione tra osservazione ed interpretazione;

- analizzare le situazioni alla base delle dinamiche di potere/sudditanza;

  • migliorare l’espressività del corporea e stimolare altri canali di comunicazione;
  • conoscere i diversi modo di reagire di fronte ad una date situazione ed esprimere le diverse potenzialità di ciascun individuo;

Il Teatro Forum è finalizzato a:

  • rendere visibili i vissuti dei ragazzi ed i meccanismi alla base delle loro azioni e reazioni;
  • comprendere i diversi punti di vista dei personaggi presenti nelle storie;
  • cercare idee e strategie -attraverso l’interazione col pubblico – che possono modificare situazioni oppressive;
  • rendere i ragazzi protagonisti dell’azione scenica, punto di partenza necessario per renderli poi protagonisti anche nella vita reale;


CASO STUDIO 2: FRANCIA

Il conflitto si è verificato in una classe di prima superiore di un instituto di formazione professionale situato nella periferia di Parigi e che al termine di quattro anni rilascia un diploma e la qualifica di Operaio Tornitore.

La classe in oggetto è composta da soli maschi, per un totale di 20 elementi.

I ragazzi che frequentano questa classe provengono da tanti, diversi paesi: Italia, Perù, Senegal, India, Ecuador, Albania, Burkina Faso, Russia e Marocco.

I ragazzi hanno dai 16 ai 20 anni, alcuni sono stati inseriti quest’anno nella classe, altri si conoscevano poiché già ripetenti dall’anno precedente.

La parte di cultura generale prevista è assolutamente mal vista dai ragazzi che la considerano inutile al fine lavorativo e per ciò una perdita di tempo.

La relazione con gli insegnati è di scontro e provocazione, i ragazzi non studiano e non svolgono i compiti assegnati, il clima è teso e faticoso, soprattutto per le insegnati di sesso femminile che sono spesso bersaglio di derisione e scherno. Anche tra i ragazzi il clima è molto teso e dall’inizio dell’anno scolastico si sono evidenziati casi di intolleranza e violenza verbale, placati con punizioni e note disciplinari.

Sanzionare e punire non ha avuto però nessun effetto positivo sulla classe ma ha anzi innescato un meccanismo di contrapposizione ancora più violento: i ragazzi hanno cominciato ad incolparsi tra loro, le divisioni tra le fazioni e i gruppi si sono acuiti ed il gruppo classe ne ha risentito ulteriormente. Ogni giorno si verificavano casi di razzismo: insulti gravissimi sono diretti sia ai singoli ragazzi, sia alle loro famiglie.

E’ importante notare che i ragazzi, nel momento dello scontro, utilizzavano il loro idioma di origine, elemento che aumentava ulteriormente lo stato di tensione perché i loro coetanei non capivano che cosa stessero dicendo. C’è poi stato un repentino passaggio all’uso della violenza fisica quando un ragazzo del Senegal ha insultato un ragazzo francese, con parole offensive nei confornti della madre. Le docenti presenti non sono riuscite a sedare la rissa che ha coinvolto numerosi ragazzi della classe.

Il dirigente scolastico ha riunito il consiglio di classe che ha deciso all’unanimità la sospensione di tutte le gite scolastiche e delle uscite.

ANALISI DEL CASO STUDIO 2: FRANCIA

La scuola, situata nella periferia di Parigi, ha un bacino d’utenza proveniente da diverse zone della città e della provincia ed accoglie giovani francesi e stranieri che risiedono in luoghi molto diversi per caratteristiche socio-economiche ed urbanistiche. Inoltre, essendo un istituto professionale, accoglie un gran numero di alunni di origine migrante.

In questo caso studio è possibile osservare ed evidenziare le dinamiche relazionali degli studenti: l’uso del linguaggio offensivo che determina la relazione, gli eventuali schieramenti creati fra i diversi gruppi, le modalità di discussione verbale e gestuale, l’influenza delle dinamiche xenofobe – dirette e indirette – attualmente diffuse in Francia.

Inoltre in questa situazione c’è un forte impulso ad arrivare ad un contatto fisico distruttivo.

Il gruppo classe non condivide nulla se non il tempo che passa in aula e non ci sono relazioni fuori dal contesto scolastico.

Possiamo notare come la repressione e la punizione non abbiano facilitato in nessun modo la relazione, sia tra i ragazzi, sia tra loro ed i docenti ed abbia invece acuito i contrasti. Abbiamo individuato 5 macro-aree all’interno delle quali si possono sviluppare discorsi di approfondimento e discussione con gli studenti francesi e stranieri, con l’ausilio degli strumenti dell’educazione non formale: la divisione dei gruppi e la loro difficoltà relazionale, la lingua, le discriminazioni che si possono verificare, le aspettative individuali e i problemi collegati alla cittadinanza.

METODOLOGIA E STRUMENTI

In questo caso , quello che possiamo proporre alla dirigenza della scuola, è di coinvolgere il gruppo classe in attività sportive da realizzare non solo in orario scolastico ed utlizzando formatori esterni. In questo modo una figura professionale esterna, priva di pregiudizi e preconcetti può facilitare le dinamiche relazionali che possono manifestarsi all’interno del gruppo.

Spesso nell’adolescenza lo sport scolastico rappresenta l’unica possibilità di apprendere in modo giocoso le basilari regole sociali. La capacità di creare e rispettare un regolamento per raggiungere insieme al gruppo una meta prefissata è un importante messaggio da trasmettere ai ragazzi. Tra gli altri aspetti positivi di questa attività possono essere utilizzati per ridurre la potenziale violenza e per incrementare la capacità di concentrazione, lo sport scolastico è la piattaforma perfetta per l’apprendimento psicosociale e stimola i giovani ad alimentarsi e a vivere in modo sano. L’attività sportiva contribuisce allo sviluppo generale della personalità, migliora le capacità cognitive e trasmette competenze sociali come la tolleranza, la lealtà e la forza caratteriale. Praticato regolarmente inoltre favorisce sul piano psicologico lo sviluppo di competenze trasversali come quella di lavorare in gruppo, di rispettare gli altri e di essere capaci di assumersi responsabilità.
Un approccio che crediamo efficace in questo percorso è il lavoro con le arti marziali, in specifico con la disciplina dell’Aikido, che attualmente è utilizzata in Francia nei percorsi scolastici.

L’AIKIDO: L’ARTE DELLA RELAZIONE

Lo scopo dell’Aikido è di allenare la mente e il corpo, di formare persone oneste e sincere.”Morihei Ueshiba

Contrariamente ad altre arti marziali incentrate sui movimenti lineari (avanti, indietro, in diagonale), le tecniche dell’Aikido si fondano e si sviluppano su un movimento circolare il cui asse è dato da colui che si difende. Egli stabilizza il proprio baricentro, decentra quello dell’avversario attirandolo nella propria orbita, e può sfruttare a proprio vantaggio l’energia prodotta dall’azione aggressiva fino a neutralizzarla.

Le potenzialità dell’Aikido vanno ben al di là dell’arte marziale: intesa come arte del combattimento, l’Aikido è considerata una disciplina winning-winning (vincitore-vincitore). Non esistono perdenti nella pratica di questa arte marziale, poiché non esistono gare, punteggi e competizioni: in questo modo si eliminano i sentimenti della frustrazione e dell’inadeguatezza e viene esaltata al contrario l’ auto stima, la collaborazione e la solidarietà, sentimenti che sono alla base di una crescita sana.

L’Aikido propone una ricerca molto raffinata sul rapporto e l’incontro con l’alterità e la relazione nel senso più ampio del termine, favorisce dinamiche e soluzioni in un percorso di formazione basato sulla non violenza. Nell’incontro dei due lottatori diventa evidente che lo scontro e il conflitto sono inevitabili e necessari, ma solo se sviluppati in un’ottica di cambiamento, di evoluzione e di creazione. Se invece il conflitto è lasciato immutato, rimane un elemento distruttore.

La pratica dell’Aikido porta a lavorare sul proprio corpo per capire sè stessi e di conseguenza relazionarsi agli altri, amplia le prospettive, porta a diventare consapevoli delle proprie potenzialità e ad investirle in un processo continuo di ricerca. La ricchezza e la scoperta vengono dal confronto, dalla relazione e dal contatto e quando c’è un incontro c’è presa di coscienza e si acquisisce la capacità di posizionarsi in modo diverso rispetto alle cose vissute, mettendosi in discussione e diventando flessibili alle nuove possibili soluzioni.

OBBIETTIVI E FINALITA’

Nell’Aikido si propone di creare un percorso di contatto e di confronto: l’attacco, simbolizzato da una presa, per esempio, permette di percepire la modalità personale secondo cui si gestisce la relazione.

La presenza dell’altro, il fatto che esista un’aggressione e che abbia come conseguenza una reazione fisica e mentale – resistenza, attesa o paralisi totale – permette di rendere i processi relazionali chiari e non ambigui. Dall’osservazione di questa evidenza ne consegue poi una presa di coscienza che progressivamente permette di lavorare sulla reazione dell’individuo al conflitto e di agire poi su vari livelli che compongono i meccanismi relazionali.

Nell’Aikido tutto entra in relazione e si apre la possibilità di sperimentare le differenze che caratterizzano gli individui – differenze di età, di professione e di temperamento – e di ricordare che non esistono due persone che possiedano lo stesso fisico, carattere o modo di pensare. In questa disciplina la pratica non trasforma la persona, ma fornisce all’individuo gli strumenti per esprimere le proprie potenzialità.

CASO STUDIO 3: ESTONIA

Il conflitto che presentiamo è avvenuto tra giovani ed operatori giovanili in un’area della città di Tallin la cui popolazione è composta per metà da Estoni e metà da Russi. Il conflitto è avvenuto in un Centro Giovanile e ha visto coinvolti operatori giovanili Estoni e 6 ragazzi tra i 15 e i 18 anni, di origine russa e che parlano russo. Il Centro è frequentato tutti i giorni da ragazzi, in maggioranza maschi, che tutti i pomeriggi partecipano alle attività, giocano a biliardo e a carte.

Il conflitto si è sviluppato quando i ragazzi hanno iniziato ad utilizzare un linguaggio non appropriato ed educato e a parlare russo, inoltre non hanno prestato attenzione agli operatori giovanili che gli ricordavano che quello non era il linguaggio appropriato da utilizzare e che non era permesso parlare in quel modo.

In passato, quando si erano verificati fatti simili, i ragazzi dopo essere stati richiamati si scusavano, ma in questo caso, dopo essere stati richiamati ed essersi scusati, hanno immediatamente ricominciato ad avere lo stesso comportamento. Anche quando gli operatori giovanili si sono raccomandati di cambiare lingua ed atteggiamento, i giovani hanno ignorato la richiesta.

Questo tipo di difficoltà – relazionali tra giovani e operatori – si erano verificate anche in passato, ad esempio i giovani rifiutavano di lasciare i propri indumenti negli spazi ad essi destinati o si rifiutavano di registrarsi al registro del centro. In questi casi specifici, quando i ragazzi si dimostravano troppo seri ed arrabbiati, gli operatori intervenivano chiudendo il biliardo e non permettendo loro di giocare.

Anche in questo caso gli operatori si sono comportati allo stesso modo, ma i ragazzi hanno iniziato a lamentarsi ed aggredire verbalmente gli operatori, dicendo inoltre che se fossero stati Estoni sarebbero sicuramente stati trattati in modo diverso. Poi i giovani si sono spostati in un’altra stanza ed hanno iniziato a giocare a carte. Dopo 5 minuti hanno ricominciato ad utilizzare un linguaggio volgare ed hanno continuato a parlare in russo, dopo di che senza essere visti, si sono nascosti dietro il sofà. Gli operatori hanno quindi intimato loro di smettere immediatamente di comportarsi in quel modo e che, in caso contrario, avrebbero dovuto lasciare il centro. Alla fine i giovani se ne sono andati.

Al termine della giornata lavorativa, quando alcuni operatori sono usciti si sono accorti che i ragazzi espulsi avevano sfogato la loro ira rompendo delle bottiglie di vetro di fronte al centro e danneggiando alcune parti del muro.

ANALISI DEL CASO STUDIO 3: ESTONIA

Prima dell’indipendenza dello stato Estone, nel 1991, i russi erano la maggioranza nella grande federazione dell’Unione Sovietica, mentre gli estoni si sentivano una piccola minoranza destinata alla più radicale assimilazione dal gigante sovietico. Nel 1991, la situazione è mutata completamente e sono state invertite radicalmente le parti. Attualmente è difficile per la minoranza di lingua russa adattarsi a questa nuova situazione: la lingua russa non permette loro di vivere normalmente in una realtà mutata, e li costringe ad imparare la lingua locale – l’estone – e a doversi adattare ed integrarsi in un luogo che non sentono più loro. Per ciò una parte della popolazione russa che vive in Estonia si è trovata di fronte la scelta di integrarsi o venire assimilata – dove assimilazione significa essere considerati completamente identici e integrazione significa invece mantenere la propria cultura ma vivere insieme nel paese ospitante – .

Nel caso studio che stiamo analizzando si è di fronte a un conflitto interculturale e di integrazione. L’intercultura consiste nella disponibilità ad uscire dai confini della propria cultura per entrare nei territori d’altre culture e imparare a guardare, conoscere ed interpretare la realtà secondo schemi e sistemi simbolici differenti e molteplici seguendo un pensiero aperto e flessibile. In questo modo è possibile sperimentare concretamente modalità di interazione basate sul rispetto dell’identità e della differenza, della cooperazione e sul tentativo di superare gli stereotipi e pregiudizio che a volte sono insiti nelle nostre modalità conoscitive. Questo approccio cooperativo permette di costruire una cultura capace di elaborare una identità comune all’interno della quale rispettare e valorizzare le differenze.

Nel caso studio analizzato la scelta degli operatori di sanzionare e punire il comportamento provocatorio dei ragazzi ha scatenato la loro scelta di gestire il conflitto in modo violento. L’atteggiamento e la reazione dei giovani russi evidenzia una messa in discussione dell’autorità: nel momento in cui questi ricevono una risposta autoritaria non dialettica la reazione immediata è il rifiuto dello strumento verbale. Viene innescato un meccanismo di difesa ed attacco basato sull’ etero-rappresentazione (come siamo rappresentati dagli altri) e auto-rappresentazione (come noi ci rappresentiamo): in questo contesto l’origine nazionale e lingua diventano pretesti per differenziarsi e dar vita al conflitto, ma anche strumenti per affermare la propria identità in una data situazione. L’identita’ viene qui rivendicata per giustificare determinate dinamiche e comportamenti. L’identita’ nazionale e linguistica rafforza la separazione tra il “noi” ed il “voi” alla base del conflitto: l’origine etnica e linguistica diventano strumenti ed incipit per affermare altri messaggi quali la difficoltà comunicativa tra giovani russi ed operatori, la richiesta di una maggiore autonomia e la contestazione dell’autorità che gli operatori rappresentano e cercano di imporre con la forza.

In questo caso ci si trova di fronte ad una mancanza di regole condivise e di accordi consensuali, di risposte che riconoscono e soddisfano i bisogni: qui la metodologia del gioco e l’esercizio “Le regole come opportunità“si può, si deve – non si può non si deve” potrebbe portare ad un soddisfacimento dei bisogni degli operatori – che auspicano una possibilità progettuale da realizzare con il gruppo inteso in senso ampio, cioè estoni e russi – e dei ragazzi di origine russa.

METODOLOGIA E STRUMENTI

Attraverso l’analisi, la condivisione dei bisogni ed il coinvolgimento dei ragazzi nella definizione delle regole all’interno del centro si può avviare un processo che stimola le responsabilità individuali e dei gruppi; il punto di partenza è l’assunto che un processo partecipato ha come base la condivisione, la discussione ed il consenso. Condividere le regole alla base della gestione degli spazi e quelle per il buon funzionameto del centro di aggregazione renderà i giovani attivi nella gestione della quotidianità e permetterà di veicolare le loro energie in un flusso positivo che permetterà l’integrazione e la coesione dei due gruppi.

Il metodo di lavoro basato sulla metodologia del gioco, si avvale di giochi per creare rapporti di fiducia, per esplorare l’autostima, per creare una relazione con l’ambiente e con le persone che lo popolano: il gioco ha quindi la funzione di attivare l’autoconoscenza e di stringere un forte legame con gli altri.

Un ulteriore percorso da avviare con i giovani del centro di aggregazione è legato al lavoro del teatro sociale e il teatro dell’oppresso. Attraverso un percorso strutturato basato su forme di espressione come il gioco, la danza, il teatro è possibile comunicare agli altri i propri pensieri, sensazioni ed emozioni attraverso la voce e con il corpo. Questo approccio permette di maturare non una tecnica, ma un atteggiamento interiore che può per educare alla libertà, alla responsabilità e alla creatività. Può inoltre affinare la propria capacità empatica – di vedere e sentire le situazioni attraverso gli occhi degli altri – per arrivare a cogliere nuove sfumature e un linguaggio più profondo.

Di seguito un gioco esercizio che può essere utilizzato:

Gioco esercizio “Le regole come opportunità“si può, si deve – non si può non si deve”

Vengono creati due gruppi, e s’invitano i partecipanti a ricercare le regole che vorrebbero vedere applicate da tutti alla vita del gruppo, le regole dovranno essere 10: le cinque assegnate al primo gruppo potranno iniziare con “si può/si deve” e le cinque assegnate al secondo con “non si può/non si deve”; ogni regola non potrà superare le 15 parole.

Raggiunto il consenso nei gruppi, le regole si trascrivono su un pannello e avviene una presentazione reciproca in plenaria. Il dibattito seguente va alla ricerca di somiglianze, di possibilità di integrazione e di analisi delle differenze radicali o delle sfumature. Si procede poi a definire e distinguere lo “statuto” – regole fondamentali ed insostituibili per tutti – e “regolamento” – più contingenti, modificabili e procedurali – .

Tutte le regole assunte saranno poi trascritte su un grande foglio e affisse nel centro.

OBIETTIVI E FINALITÀ

I giochi esercizi sono finalizzati a:

  • facilitare la conoscenza e l’ integrazione del gruppo;

  • creare un clima di fiducia reciproca alla base del lavoro – individuale e in gruppo;

  • interrompere i processi di meccanicizzazione fisica e mentale;

  • sensibilizzare gli individui – dal toccare al sentire, dal guardare al vedere, dall’udire all’ascoltare -

Gli esercizi di improvvisazione e teatralità sono finalizzati a:

  • migliorare l’espressività del proprio corpo, cercare e rafforzare altri canali di comunicazione;

  • sperimentare nuovi punti di vista e nuove possibilità di azione all’interno di una data situazione;

Il teatro Immagine è finalizzato a:

  • decodificare e comprendere i linguaggi non verbali;

  • creare una distinzione tra osservazione e interpretazione;
  • sviluppare la capacità di partecipare alle sensazioni, emozioni e pensieri degli altri;
  • sviluppare la propria attitudine empatica.

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Acting Conflicts! raccoglie metodologie innovative da utilizzare nella gestione non violenta del conflitto e da sviluppare nel lavoro quotidiano con i giovani provenienti da situazioni a rischio di esclusione sociale.
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