Home » Case Study

Romania, Turchia e Portogallo

Tre casi studio su conflitti che si sono verificati in Romania, Turchia e Portogallo per fornire strumenti di analisi utili a comprendere le dinamiche che si nascondono all’interno di questi conflitti, per definire i ruoli interpretati e comprendere le modalità di azione e reazione che sono state proposte.

CASO STUDIO 1: ROMANIA

Luogo: un quartiere nella parte sud di Bucarest, Romania, con medi standard di vita e indice di criminalità medio-basso. Anno: 2010.

Agente scatenante e contesto: un uomo e sua moglie, entrambi sulla cinquantina, hanno traslocato in un nuovo appartamento. I vicini li descrivono come persone calme e che se ne stanno per i fatti propri. Presto iniziano però a circolare delle voci tra i vicini: si dice che l’uomo sia un informatore dello SRI (Servizi Segreti Rumeni) durante il comunismo.

In Romania ci sono visioni complesse ed articolate in merito ai fatti avvenuti in quel periodo e i media sono pieni di scandali che riguardano politici di spicco che si dice fossero stati informatori durante il periodo comunista, ma attualmente non si hanno ancora prove concrete di ciò. L’opinione comune su questi ex informatori è comunque fortemente negativa.

Sebbene le voci non fossero state confermate, i vicini dell’uomo hanno iniziato ad essere aggressivi (alcuni di loro passivamente aggressivi) nei confronti dell’uomo e della moglie ed anche verso i loro figli e nipoti che li andavano a trovare. La aggressioni erano di diversi tipi: non verbali come togliere il saluto ai membri della famiglia, agite come evitare di prendere insieme l’ascensore; tutte le azioni erano però mirate a sabotare e rendere più difficile la loro vita di tutti i giorni. Dopo questi fatti, l’uomo e la sua famiglia hanno iniziato ad incontrare nuove difficoltà: alcune lettere sono misteriosamente scomparse dalla loro cassetta della lettere, il postino ha iniziato a lasciare avvisi e notifiche nella cassetta delle lettere (come se non ci fosse nessuno a casa) evitando di consegnargliele direttamente a mano, i venditori dei piccoli negozi intorno all’appartamento misteriosamente esaurivano le merci che la famiglia voleva comprare. Molti degli abitanti del palazzo hanno inoltre intimato ai propri figli di non rivolgere la parola alla famiglia e di evitare di essere cortesi con loro, di non parlare ai figli e di non giocare con i nipoti, anche se ce ne fosse stata l’occasione.

A questo punto il conflitto si è manifestato e ciò che era solo un’aggressione passiva, si è allargata a tutti i vicini che hanno deciso di rompere il codice del silenzio e di rivolgere la parola (in modo scortese e maleducato) all’uomo della famiglia. La tendenza generale è stata l’ostracismo verso la famiglia e la tendenza a spargere voci sul loro conto accusandoli di avere simpatie comuniste, facendogli pressione e forzandoli a subire il “codice del silenzio”.

ANALISI DEL CASO STUDIO 1: ROMANIA

Analogamente ai Paesi vicini, nel 1989 la maggior parte della popolazione rumena nutriva un deciso malcontento verso il regime comunista. La politica di sviluppo economico di Ceau?escu fu considerata responsabile della povertà diffusa in tutto il Paese. Parallelamente alla crescita della povertà, aumentava la morsa della polizia segreta (Securitate), che rendeva la Romania un vero e proprio Stato di polizia. Negli ultimi anni del governo del presidente Nicolae Ceau?escu, il controllo sulla società rumena divenne sempre più stretto, vennero installati sistemi di sorveglianza nascosta nei telefoni, la Securitate arruolò molti più agenti, la censura fu estesa e furono riempiti elenchi di informazioni e rapporti riguardo a moltissimi cittadini. Nel 1989, secondo il CNSAS (Consiglio per gli Studi degli Archivi dell’Ex Securitate), un rumeno su tre era informatore della Securitate.

Particolarmente efficaci nel produrre demoralizzazione e mantenere l’apatia fra la popolazione erano i sistemi di reclutamento degli informatori (non di agenti o funzionari): non si ricorreva che in rari casi all’intimidazione diretta, che avrebbe reso le informazioni dubbie, ma piuttosto alla corruzione come poteva essere il dare la prospettiva di una promozione sul posto di lavoro o anche la concessione di piccoli vantaggi quali il permesso per un viaggio all’estero, il procurare medicine per un figlio malato, una macchina. Nel 1989, con la caduta del governo comunista di Nicolae Ceau?escu, la Romania ha iniziato un percorso di democratizzazione all’interno della società.

Come evidenziato nel caso di conflitto, l’opinione comune su questi ex informatori è comunque fortemente negativa nella società rumena. Il caso di conflitto che stiamo analizzando ha radici profonde nel vissuto di più generazioni ed evidenzia un atteggiamento diffuso nella società.

Studi recenti legati alla gestione non violenta dei conflitti hanno mostrato la connessione diretta fra il comportamento personale e il comportamento sociale e politico. Per promuovere un’educazione alla pace che abbia una ripercussione effettiva sulla realtà è necessario incoraggiare attività che prendano in considerazione la complessità dei conflitti che sorgono anche nella vita quotidiana, oltre a quelli che sorgono all’esterno. Possiamo quindi cogliere una dimensione personale e una dimensione sociale del conflitto, dimensioni che sono intimamente connesse, ma anche funzionalmente diverse tra loro. La dimensione sociale poi, varia dal livello micro (famiglia) a quello macro (Stati), attraversando il livello meso (quartiere, città, ecc). Non è assolutamente possibile gestire positivamente i conflitti a livello sociale senza tenere conto della dimensione interiore o personale del conflitto.

In questo caso uno strumento utile ai fini di favorire un cambiamento a livello micro/meso e macro è il Teatro Invisibile, tecnica del Teatro dell’Oppresso.

È un vecchio strumento che esiste da tempo immemore nella sua forma più semplice e che era usato in maniera massiccia durante la Repubblica di Weimer nella Germania pre-nazista, da gruppi di cosiddetti agit-prop. Boal lo usa e lo sistematizza in Argentina nel 1971 dove, da rifugiato politico, era costretto a fare teatro segretamente.

Scopo del Teatro Invisibile e’ far esprimere spontaneamente il pubblico per verificare le opinioni che emergono e per indicare alternative possibili. Si tratta di azioni teatrali che si svolgono in luoghi pubblici e prevedono l’interazione  con il pubblico, ignaro di essere all’interno di una situazione precostituita. Appaiono eventi curiosi che suscitano l’attenzione dei presenti. Successivamente gli attori convogliano la discussione delle persone sui fatti che a loro interessa esplorare, immettendo informazioni e opinioni, agendo con i diversi personaggi che si sono dati e improvvisando col pubblico. Scopo dell’Invisibile è far esprimere spontaneamente il pubblico per verificare le opinioni che emergono e per indicare alternative possibili. Per Boal non va mai svelato, pena l’annullamento della sua forza con la riduzione a “semplice evento teatrale”.

CASO STUDIO 2: TURCHIA

Nel 1989 la multinazionale Eurogold Madencilik A.S attiva nell’estrazione di oro ha ricevuto l’autorizzazione, da parte del Ministero dell’Energia Turco, di estrarre oro nella zona circostante a Bergama. Il progetto di estrazione doveva inizialmente aver luogo in tre villaggi – Camköy, Ovacik and Narlica – situati nella zona circostante Bergama, vicina alla costa Egea del paese. Nel 1991 dopo che la multinazionale Eurogold aveva trovato l’oro in questa regione, iniziò un progetto di apertura di nuove miniere, che si basava su degli studi precedentemente svolti sull’impatto ambientale che tali impianti avrebbero prodotto sulla zona. In quel periodo la popolazione locale viveva principalmente di agricoltura. Inizialmente gli abitanti dei villaggi circostanti accolsero positivamente le attività di estrazione mineraria, pensando che questa avrebbe portato numerosi posti di lavoro, ma quando iniziò l’attività di estrazione iniziarono ad essere sospettosi del progetto di Eurogold. La compagnia infatti stava conducendo test di trivellazione per analizzare gli strati del suolo, ma a causa di queste trivellazioni delle sostanze chimiche tossiche stavano contaminando alcune falde acquifere facendo ammalare una parte della popolazione locale. Nel 1994 dopo questo incidente un gruppo di avvocati dell’associazione Izmir Bar aprì una pratica contro la compagnia mineraria presso la corte amministrativa di Izmit. Gli avvocati si appellavano al diritto a vivere in “un ambiente sano ed equilibrato” facendo riferimento all’articolo 56 della Costituzione Turca. Nel frattempo Sefa Taskin, sindaco di Bergama, organizzò insieme ai sindaci dei 17 paesi contaminati degli incontri per dare informazioni approfondite sulla miniera e sulle conseguenze ambientali che questa poteva causare. Gli attori coinvolti cercarono di attirare l’attenzione pubblica su questo problema e contattarono i media per raggiungere il loro obiettivo. Gli abitanti locali sostenevano che le attività di estrazione mineraria di Eurogold avrebbero potuto devastare l’ambiente locale, la flora e la fauna. Inoltre sostenevano che le tecniche di estrazione e le sostanze utilizzate per estrarre il metallo stavano causando nell’area circostante malattie gravi e stavano inoltre contaminando l’area della regione. La prima protesta popolare fu organizzate nel 1996. Nel 1997 la Corte Amministrativa di Izmit e la Corte Suprema ordinarono la chiusura dell’impianto poiché le attività di estrazione stavano danneggiando l’ecosistema della regione e la salute della popolazione locale. La compagnia mineraria non prestò attenzione alla sentenza e continuò le proprie attività. Come risposta gli attivisti e gli abitanti dei paesi intorno a Bergama occuparono gli impianti. Durante la protesta alcuni dimostranti furono anche arrestati. Nel 1999, dopo 10 anni il movimento ambientalista riuscì ad ottenere la chiusura degli impianti. Nel frattempo però, nel 2001 il governo decise di rinnovare il permesso di utilizzo del suolo e la compagnia ricominciò le attività di estrazione.

Come immediata risposta i cittadini organizzarono una Marcia a 10 km da Bergama, portandovi anche agli animali delle proprie fattorie; la loro richiesta era di appellarsi alla sentenza della corte che aveva intimato anni prima la chiusura della miniera e che faceva riferimento al diritto alla vita e ad un ambiente protetto e che rispetti l’equilibrio ecologico. Intanto nel 1998 gli abitanti avevano portato il caso alla Corte Europea dei Diritti Umani (ECHR) per ricevere supporto e per far riconoscere che i propri diritti umani erano stati violati dal governo turco. Nel 2004 l’ECHR rese pubblica la sua decisione che afferma che l’attività estrattiva violava la giurisdizione turca, e che quindi la ripresa delle attività estrattive avrebbe violato i diritti umani della popolazione locale. L’ECHR richiese la conseguente cessazione dell’attività estrattiva della Normandy Mining Limited. L’attivismo su larga scala premise di strutturare un ampio network e stimolò una crescita di attenzione per ciò che si era verificato a Bergama. Comitati ambientalisti di Bergama e in particolare Sefa Taskin hanno, fin dall’inizio delle attività di mobilitazione, messo al centro della loro attività la costruzione dei rapporti con organizzazioni internazionali e cercato il supporto dell’opinione pubblica al fine di porre le propri istanze all’agenda politica nazionale e internazionale. Il governo obiettò che le associazioni ed i movimenti nati in supporto della popolazione, avessero l’obiettivo nascosto di accusarlo di approfittare delle proprie risorse naturali, impedendo così alla Turchia di svilupparsi economicamente. Il movimento ambientalista di Bergama e le sue attività socio-politiche contro l’impianto minerario stanno continuando anche oggi. Attualmente il movimento non è ancora riuscito ad ottenere la chiusura della miniera a causa del fatto che il governo non sta attuando la sentenza dell’ECHR e della Corte Amministrativa Suprema.

A causa di ciò le proteste degli abitanti dei paesi stanno continuando.

ANALISI DEL CASO STUDIO 2: TURCHIA

In questo conflitto il primo elemento che si evidenzia è che gli abitanti dei paesi intorno Bergama hanno messo in atto delle manifestazioni di protesta; ciò che potrebbe essere considerato un passo successivo alla manifestazione di protesta è un percorso di azione diretta non violenta. Entrambe le risposte – azioni dirette e manifestazioni – hanno una propria dignità.

Ad esempio azioni come picchettaggio, veglia, pedinamento, digiuno, sciopero della fame, non collaborazione, boicottaggio, sciopero, sciopero lavorativo, occupazione, disobbedienza civile, cortei, marce, proteste, assemblee, possono tutte essere considerate all’interno di un programma costruttivo. Lo scopo dell’azione diretta mira più alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica che alla conversione dell’avversario, anche se non esclude tale possibilità. E’ però importante in questo percorso tenere a mente la seguente frase: “L’azione diretta non violenta unisce la forza sociale della protesta e della non collaborazione alla forza morale della sofferenza volontariamente accettata per il bene degli altri.”

Anche l’azione in sé può essere considerata come una forma di persuasione: il suo scopo è di modificare le convinzioni e la volontà della parte avversa.

La non violenza può diventare quindi uno strumento per:

- ottenere nuove cose: leggi più “giuste”, libertà, più diritti civili ed umani, impedire azioni ritenute riprovevoli, spingere governi, aziende, società o gruppi verso certe scelte;

- difendere cose esistenti: leggi ritenute valide, istituzioni democratiche, conquiste civili, tradizioni e cultura, territori, persone, realtà associative.

Gli strumenti di lotta in questi casi sono azioni non violente quali la non collaborazione, la disobbedienza civile, il boicottaggio, il sabotaggio, il programma costruttivo ed alternativo e tante piccole azioni realizzate a livello locale utilizzando diverse tecniche e modalità a seconda del contesto. Molti esempi storici confermano la validità della resistenza attiva non violenta (non-collaborazione con chi governa, boicottaggio sociale, economico, politico, controinformazioni, obiezione fiscale e lavorativa).

Per mettere in atto un’ azione diretta non violenta, è fondamentale l’aspetto della preparazione personale e del gruppo che andrà a realizzarla.

Nel caso evidenziato dalla Turchia, possiamo notare come, sia i cittadini che i loro rappresentanti, uniti da uno scopo comune, abbiano cercato supporto e sostegno dalla comunità internazionale: in questa situazione il conflitto ha preso una forma e spessore più ampio. Creare network, comunicare i propri problemi e le proprie difficoltà hanno permesso collaborazioni che si sono dimostrate efficaci, permettendo di evidenziare e di dare risalto al problema verificatosi in questa parte del paese. Conflitti che coinvolgono la popolazione in problemi ambientali e sociali spesso portano anche ad uno scontro con il potere economico. In questo caso le azioni dirette non violente sono uno strumento che attiva la popolazione e aumenta la visibilità delle loro campagne, rendendole portatrici di un messaggio simbolico che permette una presa di coscienza del conflitto e non ingaggia uno scontro diretto. In questo percorso di autoaffermazione – individuale e di gruppo – le campagne non violente acquisiscono un ampio respiro sociale e politico.

CASO STUDIO 3: PORTOGALLO

Un po’ di tempo fa, alcuni ricercatori Europei e Americani che facevano parte di un gruppo di lavoro che stava sviluppando un progetto di ricerca sulle seconde generazioni, e che si trovava in quel periodo a Lisbona, aveva pensato di organizzare un incontro nel quale coinvolgere i giovani che avevano partecipato direttamente al progetto. L’idea era di invitarli all’università – ambiente considerato da loro non troppo familiare – per presentare i propri punti di vista e la propria esperienza.

Il gruppo di lavoro pensava che questa opportunità avrebbe potuto facilitare la presentazione della vita quotidiana di questi giovani in diversi contesti urbani (Amsterdam, Andalusia e Lisbona), già analizzata dai ricercatori ed ottenuta attraverso le discussioni ed i focus group. Queste attività facevano parte di una ricerca etnografica sul campo. Il gruppo dei ricercatori aveva strutturato un piano di azione ma non avevano considerato alcune delle spese. Per ciò si decise di provvedere intanto ad alcune spese fisse e di cercare per le altre donatori esterni. Il piano includeva inoltre:

- che il gruppo di lavoro avrebbe dovuto mettere da parte le spese per-diem di uno dei viaggi in Olanda per finanziare il cibo tipico che sarebbe stato prodotto dai locali di Capo Verde (e servito durante il coffe break). Inoltre per l’evento sarebbe stato messo a disposizione l’auditorium;

- che i ricercatori stranieri avrebbero pagato le proprie spese o avrebbero chiesto un piccolo finanziamento ai propri istituti di ricerca;

- che le autorità locali e la Critical Neighborhood (CN) che avevano manifestato il proprio interesse avrebbero fornito il loro appoggio. Quindi mentre la Critical Neighborhood si era offerta di provvedere al carburante per i trasporti, il sindaco della città aveva promesso di mettere a disposizione due veicoli. Vale de Almoeira si trova a circa 60 km da Lisbona, fa parte dell’area metropolitana cittadina ed uno dei suoi problemi è legato al numero limitato di trasporti pubblici.

Dopo la realizzazione dell’evento, la municipalità ha inviato ai ricercatori la ricevuta della benzina, il pedaggio stradale e la fattura per pagare gli autisti. Il manager locale del CN ha detto che non poteva pagare perché l’ente non aveva ricevuto la richiesta prima dell’iniziativa. Nel frattempo le autorità locali avevano inoltrato tutte le richieste al centro di ricerca sperando che il progetto coprisse tutte le spese richieste, senza che fossero stati presi accordi in precedenza. Durante la controversia vennero fuori altri problemi burocratici che non erano stati messi in preventivo, come il pagamento dell’assicurazione per i due furgoni utilizzati per spostare i giovani – che non era mai stata menzionata prima – e la richiesta di una lettera ufficiale nella quale si attestasse che l’amministrazione aveva dato il proprio supporto – che era stato dato, in via informale, in una conversazione durante un festival organizzato in uno dei quartieri. In questa sede il sindaco aveva dato a voce il suo impegno a supportare l’evento.

ANALISI DEL CASO STUDIO 3: PORTOGALLO

Il conflitto che si evidenzia in questo caso studio e’ un conflitto di premesse implicite ed esplicite non condivise.

Nella nostra esperienza possiamo notare che, quando in un accordo tra due parti il risultato non e’ il prodotto atteso, è necessario tornare a leggere quali erano le premesse di tale accordo. Nello specifico è necessario analizzare quali sono state le parole non dette, quelle che avremmo dovuto dire, quelle che sentivamo dentro di noi e che ci avrebbero portato ad un livello di comunicazione basato sulla fiducia e la responsabilità condivisa tra l’associazione e l’istituzione.

Gli accordi verbali necessitano di un livello di collaborazione e di fiducia molto alto, ed anche in questi casi e’ importante verificare che l’accordo e la responsabilità assunte verbalmente siano realmente compresi dalle parti in gioco e successivamente condivisi.

Non dimentichiamo che il concetto di “responsabilità” è profondamente collegato al modo in cui le richieste vengono formulate: se la domanda è strutturata in modo chiaro e lineare diamo al nostro interlocutore la possibilità di comprenderla e di rispondere.

Se la domanda è male articolata, genera confusione e lascia spazio ai fraintendimenti: in questo caso probabilmente il nostro interlocutore o non sarà capace di comprenderla e per ciò di rispondere adeguatamente, o anche se lo fosse, potrebbe interpretarla secondo la propria utilità, strumentalizzando la risposta.

In questo caso incontri e riunioni operative con i verbali degli accordi presi avrebbero potuto evitare che il soggetto istituzionale si sottraesse alle proprie responsabilità che invece, nel caso studio presentato, non erano state ratificate formalmente ma erano rimaste delle convenzioni generiche stipulate in sedi non adeguate.

E’ importante ricordare che se non si affrontano i nodi e le problematiche durante la preparazione di eventi, progetti, laboratori e training, è possibile che i problemi si manifesteranno poi nel durante.

Se gli accordi non sono condivisi, scritti e discussi nelle sedi opportune, si possono verificare fughe di responsabilità che possono poi, al loro volta, causare conflitti.

Share/Bookmark this!

About

Acting Conflicts! raccoglie metodologie innovative da utilizzare nella gestione non violenta del conflitto e da sviluppare nel lavoro quotidiano con i giovani provenienti da situazioni a rischio di esclusione sociale.
Il sito web è promosso dall’associazione Lunaria, in collaborazione con l’associazione Artemide e realizzato grazie al co-finanziamento del Consiglio d’Europa.

Booklet

Case Study Contaminazioni Metodologie News Video

WP Cumulus Flash tag cloud by Roy Tanck and Luke Morton requires Flash Player 9 or better.

Platformate theme by Colorlabs Project