Acting conflicts http://www.actingconflicts.net Wed, 15 Jun 2011 15:35:16 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.6 Clown-Inside http://www.actingconflicts.net/2010/10/clown-inside/ http://www.actingconflicts.net/2010/10/clown-inside/#comments Thu, 14 Oct 2010 22:17:07 +0000 admin http://www.actingconflicts.net/?p=165 The training course CLOWN-INSIDE New Actions in Youth Work was realized in Solarino from 19th – 25th September 2010 and sow the active participation of 16 participants and youth workers coming from Italy, Spain, Belgium, France, Greece, United Kingdom, Romania and Turkey.

The theme of the project were the social inclusion, the active citizenship and the daily struggle to every form of discrimination with a particular attention to the urban and suburban contests. The aim of the project was to provide youth workers of new competences and skills in the management of the local projects targeted to less privileged youngsters coming from disadvantage backgrounds, such as the outskirts of some European big cities. The involved participants had the chance to exchange methodologies and to work on the accessing policy in order to enlarge the participation of the young people, beneficiaries of their activities.

Two laboratories were realized in the training:

Cross cultural competences: the aim was to facilitate the team building and the cohesion of the group, to discuss on group and leadership – ethic of the leadership, group dynamics and group’s conflicts – to analyse the intercultural learning – how the prejudices and stereotypes can affect a positive approach to social issues – to work on non violent management of conflicts and to reflect on the quality standards and project’ life circle – setting up, implementation of the activities, follow up and evaluation -
Clownery workshop: the aim was to analyse the internal conflicts and to raise awareness and consciousness toward them, to develop the capability of working in group using creativity – outsourcing of conflicts and non violent resolution through creative ways were analysed -, to use the clownery as a way to generate social changes and to structure new active methodologies to involve less privileged youngsters.

The last two days of the project was developed a session called Training in Action: 4 study visits in a school, an hospitals, a youth centre in the suburb and centre for disable were realized. The aim was to put in practice during the training itself the capabilities and the skills the participant gained during the course. This session was used also as flexible and dynamic evaluative tool useful to arrange and improve the methodologies used during the visits on the needs of the target groups.

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Clown inside – Guarda il video http://www.actingconflicts.net/2010/10/clown-inside-guarda-il-video/ http://www.actingconflicts.net/2010/10/clown-inside-guarda-il-video/#comments Tue, 12 Oct 2010 13:04:04 +0000 admin http://www.actingconflicts.net/?p=153

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Workshop Grundtvig “LIFELONG ACTING” http://www.actingconflicts.net/2010/07/workshop-grundtvig-%e2%80%9clifelong-acting%e2%80%9d/ http://www.actingconflicts.net/2010/07/workshop-grundtvig-%e2%80%9clifelong-acting%e2%80%9d/#comments Wed, 28 Jul 2010 11:34:53 +0000 admin http://www.actingconflicts.net/?p=141 Workshop Grundtvig
“LIFELONG ACTING”
Open Ending Stories …. based on Forum Theatre
17th-23th October 2010
Orvieto 100 kms north of Rome – Italy


The focus of this workshop is the Forum Theatre: this discipline was born in Brazil in the 60s, the founder is Augusto Boal, director of the Theatre Arena of San Paulo. It is based on several theatrical techniques – image theatre, invisible theatre, forum theatre – that make the theatre a tool to improve the knowledge and favour the language, a tool to change the interior, social and relational reality. The different techniques aim at breaking down the barriers among actor and spectator, and at exchanging the roles.  If you want to learn something more about yourself and the way in which you interact with the others … if you would gain new skills to change your point of view and to manage conflicts in a non violent way …

At the end of the workshop was realized the LIFELONG ACTING blog

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Tango e conflitto http://www.actingconflicts.net/2010/06/tango-e-conflitto/ http://www.actingconflicts.net/2010/06/tango-e-conflitto/#comments Mon, 14 Jun 2010 16:32:17 +0000 admin http://actingconflicts.botiq.org/?p=87 Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al reves,

Il Tango nasce sulle rive del Rio del la Plata tra Buenos Aires e Montevideo ed è già conflitto.

Conflitto tra le due città in lotta per stabilire chi, tra loro, debba vantare l’onore di aver dato origine ad un movimento popolare destinato a far parlare di sé per più di un secolo e chissà per quanto ancora.

Ma chi ha creato il tango?

Il Tango è frutto dell’incontro, scontro e fusione tra molteplici culture: quelle degli immigrati che giungevano nella terra d’argento dai luoghi più svariati per cercare fortuna. Siamo alla fine del 1800 e incontriamo africani, italiani, tedeschi, spagnoli che, lontani da casa, scoprono nei linguaggi della musica e della danza la possibilità di comunicare. Occhi moderni svelano come, quella magica mescolanza, abbia saputo generare un sentimento universale che ancora oggi ci emoziona. Senza mai perdere la propria essenza, il Tango resta capace di trasformasi lasciandosi contaminare da nuove danze e nuove sonorità. Più ostico alla trasformazione è invece il conflitto interiore, conflitto che vive l’essere umano quando è costretto ad abbandonare la propria terra e si trova di fronte il nuovo, un luogo lontano, separato dall’immensità dell’oceano, un cielo con altre stelle.

Di conflitti nel tango ne esistono a centinaia: i testi parlano di conflitto, con l’amata o l’amato perduto, con la propria terra lontana con la legge. Il Tango viene proibito prima perché peccaminoso – si usava ballare nei bordelli -; pericoloso in quanto fenomeno di aggregazione e di scambio culturale durante il regime di Videla.

Ma dove si genera e risolve allora il conflitto nel tango?

Sicuramente nel ballo: un ballo di coppia dove la ricerca, la sfida è quella di trovare un movimento empatico, due corpi che si muovono all’unisono accompagnati e stimolati dalla musica.

Perché utilizziamo nei nostri percorsi formativi ed educativi il tango?

Riconosciamo a questa danza la forza di esternare il conflitto proprio di ogni relazione, con sé e con l’altro. Conflitto in primo luogo interiore, individuale, tra corpo e mente, tra come ci pensiamo, come siamo, come vorremmo essere e come vorremmo sentirci. Tutto questo genera un’insoddisfazione che, nel linguaggio del Tango, può essere tradotta in due modi: il primo può essere definito “ansia di prestazione” capace di produrre nella sfera fisica l’esigenza di voler concludere rapidamente l’evoluzione di un passo, privandoci del piacere di assaporalo e sperimentarlo. Il secondo “l’accusare forviante”: porta a concentrarci unicamente su noi stessi, facendoci dimenticare, paradossalmente, la nostra centralità e il nostro ruolo e portandoci a risolvere tale conflitto attribuendo all’altro la responsabilità “dell’errore”.

Affinché tutto ciò non si verifichi bisogna comprendere che nel Tango si cammina insieme e, se è vero che l’uomo guida e la donna segue, ciò non sottintende il predominio del uno sull’altra: lei deve essere presente a sé stessa, saper cogliere un impulso per poi trasformarlo in movimento; lui deve essere capace di sostenere, di assumersi responsabilità e di saper dare una direzione.

Uomo e donna devono aspettarsi, offrendosi il tempo e lo spazio in un abbraccio accogliente, morbido e vigoroso. In questo modo superiamo la dicotomia iniziale ritrovandoci in un movimento espressivo ed empatico.

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Aikido http://www.actingconflicts.net/2010/05/aikido/ http://www.actingconflicts.net/2010/05/aikido/#comments Tue, 18 May 2010 18:15:47 +0000 admin http://actingconflicts.botiq.org/?p=46 L’Aikido è l’arte marziale creata da MORIHEI UESHIBA, praticata da migliaia di persone nel mondo di ambo i sessi e di tutte le età. L’Aikido ha per obiettivo, attraverso la sua pratica marziale, il miglioramento delle relazioni tra persone e lo sviluppo armonico di ciascuno.

Fondamentale la filosofia alla base dell’Aikido che si basa sul riconoscimento reciproco, piuttosto che sull’affermazione di sé a detrimento dell’altro. Per questa ragione la competizione che glorifica il vincitore ed esclude il perdente, non trova spazio in questa disciplina.

Letteralmente il suo significato è :

AI : unione, unificazione, armonia

KI : energia vitale

DO : via, prospettiva, ricerca

Per ciò l’AIKIDO va considerato una ricerca per l’unificazione delle energie vitali.

Gli obiettivi dell’Aikido sono estremamente vasti e ambiziosi. Soprattutto non dobbiamo ridurlo ad un insieme di tecniche o strategie per imparare a difendersi in fretta, anche se è un aspetto di cui si tiene conto. Conviene al contrario considerarlo come un percorso che si svolge su una via (DO), che presuppone una ricerca ed un impegno permanente e costante nel perfezionamento del piano tecnico, fisico, mentale e relazionale. In questa disciplina, il ruolo di UKE (colui che attacca e che subisce la tecnica) e di TORI (colui che è attaccato ed applica le tecniche) sono di uguale importanza e devono essere “agiti” con la stessa serietà. Queste due figure, anche se opposte, sono profondamente legate, tanto che poi nella pratica avanzata scompare questa dicotomia.

In base a questa logica e conformemente all’obiettivo della disciplina, ognuno deve sforzarsi di praticare questa arte con più partner possibili, rappresentanti tipologie umane differenti per età, sesso, altezza, peso e livello tecnico. Infatti il praticare solo per affinità limiterebbe considerevolmente le esperienze e le opportunità.

Il giusto atteggiamento è quello che ci fa cogliere, nella difficoltà e nel conflitto, un occasione di crescita e di esperienza.

Gli spunti di questo brano sono tratti da Aikido2000 su YouTube

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Percorsi e obiettivi http://www.actingconflicts.net/2010/05/test-2/ http://www.actingconflicts.net/2010/05/test-2/#comments Thu, 13 May 2010 17:04:20 +0000 admin http://actingconflicts.botiq.org/?p=8 Perché chiamo conflitto una particolare situazione che vedo, o una particolare situazione che vivo?

Dove nasce il conflitto?

E che cosa definisco “conflitto”?

Sono queste alcune delle domande che hanno mosso il lavoro di analisi e decodificazione di alcune dinamiche umane – singole e di gruppo – che ci siamo proposti di sviluppare in questo kit formativo.

Crediamo che i conflitti non vadano negati o nascosti ma che, grazie alla loro capacità di essere momenti di sospensione, durante i quali vengono modificati e scardinati i ruoli e le regole sociali, possano risultare elementi costruttivi da osservare ed utilizzare come fattori di possibile trasformazione.

Il nostro lavoro non si propone di fornire ricette preconfezionate da applicare e da utilizzare nella gestione non violenta dei conflitti, perchè queste possono cambiare a seconda della situazione, degli influssi esterni, delle dinamiche individuali e di gruppo.

Il nostro lavoro cerca invece di fornire ingredienti che possono essere utilizzati nell’analisi delle situazioni conflittuali, nella decodifica dei comportamenti e delle reazioni che vengono alla luce nei momenti di disagio e di scontro.

Sta poi nella capacità individuale del formatore e del gruppo di lavoro comprendere come questi ingredienti possono essere utilizzati, combinati ed applicati alla realtà che si trovano a decofidicare, facilitando il percorso che porta alla risoluzione del conflitto

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Finestre sul mondo http://www.actingconflicts.net/2010/05/finestra-sul-mondo/ http://www.actingconflicts.net/2010/05/finestra-sul-mondo/#comments Thu, 13 May 2010 16:58:16 +0000 admin http://actingconflicts.botiq.org/?p=3

La capacità di comunicare e cooperare nel conflitto è la vera grande novità della visione educativa nonviolenta. La formazione dovrà quindi, da un lato, insistere ad avvicinare le persone ai conflitti con meno paura e più leggerezza, dall’altro sviluppare il massimo di assertività ed empatia quando ci si trova coinvolti in essi.

Non credo che la formazione abbia l’incarico di far diventare amiche le persone, né di renderle buone. Anzi, durante e dopo i miei lavori, scopro che alcune si scoprono più cattive e vivono la cosa inizialmente con disappunto, poi con sorpresa benevola, alla fine quasi con piacere. Conosco persone “egoiste” decisamente cooperative nei momenti del bisogno e molte “altruiste” che non sanno cooperare, quando il conflitto sale. Il buonismo tollerante, se lo stress cresce, va a picco.

La capacità di comunicare e cooperare nel conflitto è la vera grande novità della visione educativa nonviolenta. La formazione dovrà quindi, da un lato, insistere ad avvicinare le persone ai conflitti con meno paura e più leggerezza, dall’altro sviluppare il massimo di assertività ed empatia quando ci si trova coinvolti in essi.

Quando si fa formazione è importante ricordare alcune idee ricorrenti nella nostra cultura:

  • chi esplicita il conflitto diventa l’aggressivo e viene percepito come colui che lo crea;
  • chi copre il conflitto o lo risolve in forme oblique e paternalistiche-maternalistiche è di solito premiato e ritenuto meritevole di stima e riconoscenza;
  • chi esprime assertivamente i propri “poteri” viene percepito come esibizionista, narcisista e prepotente;
  • chi copre la passività ed aggressività, proprie ed altrui, con continui atti “altruistici” ed assistenziali viene considerato buono ed empatico.

Enrico Euli

I dilemmi (diletti) del gioco

Manuale di training

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Teatro dell’Oppresso http://www.actingconflicts.net/2010/05/teatro-delloppresso/ http://www.actingconflicts.net/2010/05/teatro-delloppresso/#comments Mon, 10 May 2010 18:04:30 +0000 admin http://actingconflicts.botiq.org/?p=39 Il Teatro dell’Oppresso – TdO – nasce in Brasile negli anni ‘60 ad opera di Augusto Boal, direttore del Teatro Arena di San Paolo. Si basa su numerose tecniche teatrali – teatro immagine, teatro invisibile, teatro forum – che permettono di utilizzare il teatro come mezzo di conoscenza e come linguaggio, come strumento di trasformazione della realtà interiore, relazionale e sociale. Le varie tecniche cercano di rompere le barriere attore-spettatore e rovesciarne i ruoli. Usato come strumento maieutico, questo teatro fa scaturire i problemi sociali e collettivi. I “giochi-esercizi” sono una serie di strumenti che mirano a sciogliere le “meccanizzazioni” del nostro corpo/mente/emozione che sono cristallizzate nella cosiddetta “maschera sociale”. Si basano sull’ipotesi che “tutto il corpo pensa”, cioè su una concezione dell’uomo visto come interazione reciproca di mente, corpo ed emozioni. Il TdO è quindi un metodo che permette di affrontare percorsi educativo-formativi in modo attivo, partendo dalla percezione sensoriale e dall’espressione analogica per arrivare ad un’elaborazione verbale basata sull’esperienza.

Il Teatro Immagine è una tecnica basata sulla costruzione di immagini coi corpi delle persone, che ci dicono come una persona o un gruppo pensa rispetto un determinato argomento; le immagini vengono poi “dinamizzate” con l’intervento del pubblico per esplorare le tensioni interne, i conflitti, i desideri e i cambiamenti possibili. Attraverso le sculture corporee e la loro dinamizzazione è possibile sviluppare la capacità di osservazione e di interpretazione. E’ possibile analizzare i codici, i rituali e la maschera sociale alla base del vivere quotidiano degli individui e dei gruppo e ricercare nuove forme di interazione.

Nel teatro invisibile brevi rappresentazioni di un conflitto reale, si adattano al pubblico cui si rivolgono. Il Teatro invisibile può essere strutturato secondo azioni teatrali preparate con cura che non vengono svelate e si svolgono in luoghi pubblici suscitando l’attenzione dei presenti ignari. Successivamente gli attori convogliano la discussione delle persone – attori e spettatori – sui fatti che volevano esplorare. Scopo dell’invisibile e’ far esprimere spontaneamente il pubblico ignaro per verificare le opinioni che emergono e per indicare le possibili alternative.

Il teatro-forum è una fra le tecniche più importanti del Teatro dell’Oppresso. Il teatro-forum mette in scena situazioni problematiche, conflittuali, basate su pregiudizi che spesso fanno parte dei vissuti degli spettatori. Storie che non finiscono, come spesso succede nella realtà, col lieto fine, ma che rimangono problemi irrisolti. Il pubblico, attraverso l’azione teatrale, può tentare di trasformare queste storie in modo da renderle meno oppressive: può entrare in scena, prendere il posto del protagonista-oppresso e “lottare” teatralmente con gli antagonisti, cercando di cambiare la situazione. La funzionalità delle idee e delle strategie messe in atto potrà essere verificata attraverso gli effetti prodotti sulla scena. L’idea che muove il teatro forum è che sia possibile diventare protagonisti del cambiamento attraverso l’azione teatrale, e che allo stesso modo, sia possibile essere protagonisti dei cambiamenti che si decide di apportare nella propria vita.

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Acting Conflicts! – Guarda il video http://www.actingconflicts.net/2010/05/acting-conflicts-video/ http://www.actingconflicts.net/2010/05/acting-conflicts-video/#comments Wed, 05 May 2010 16:48:04 +0000 admin http://actingconflicts.botiq.org/?p=95

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Romania, Turchia e Portogallo http://www.actingconflicts.net/2010/05/romania-turchia-e-portogallo/ http://www.actingconflicts.net/2010/05/romania-turchia-e-portogallo/#comments Tue, 04 May 2010 15:03:12 +0000 admin http://actingconflicts.botiq.org/?p=54 Tre casi studio su conflitti che si sono verificati in Romania, Turchia e Portogallo per fornire strumenti di analisi utili a comprendere le dinamiche che si nascondono all’interno di questi conflitti, per definire i ruoli interpretati e comprendere le modalità di azione e reazione che sono state proposte.

CASO STUDIO 1: ROMANIA

Luogo: un quartiere nella parte sud di Bucarest, Romania, con medi standard di vita e indice di criminalità medio-basso. Anno: 2010.

Agente scatenante e contesto: un uomo e sua moglie, entrambi sulla cinquantina, hanno traslocato in un nuovo appartamento. I vicini li descrivono come persone calme e che se ne stanno per i fatti propri. Presto iniziano però a circolare delle voci tra i vicini: si dice che l’uomo sia un informatore dello SRI (Servizi Segreti Rumeni) durante il comunismo.

In Romania ci sono visioni complesse ed articolate in merito ai fatti avvenuti in quel periodo e i media sono pieni di scandali che riguardano politici di spicco che si dice fossero stati informatori durante il periodo comunista, ma attualmente non si hanno ancora prove concrete di ciò. L’opinione comune su questi ex informatori è comunque fortemente negativa.

Sebbene le voci non fossero state confermate, i vicini dell’uomo hanno iniziato ad essere aggressivi (alcuni di loro passivamente aggressivi) nei confronti dell’uomo e della moglie ed anche verso i loro figli e nipoti che li andavano a trovare. La aggressioni erano di diversi tipi: non verbali come togliere il saluto ai membri della famiglia, agite come evitare di prendere insieme l’ascensore; tutte le azioni erano però mirate a sabotare e rendere più difficile la loro vita di tutti i giorni. Dopo questi fatti, l’uomo e la sua famiglia hanno iniziato ad incontrare nuove difficoltà: alcune lettere sono misteriosamente scomparse dalla loro cassetta della lettere, il postino ha iniziato a lasciare avvisi e notifiche nella cassetta delle lettere (come se non ci fosse nessuno a casa) evitando di consegnargliele direttamente a mano, i venditori dei piccoli negozi intorno all’appartamento misteriosamente esaurivano le merci che la famiglia voleva comprare. Molti degli abitanti del palazzo hanno inoltre intimato ai propri figli di non rivolgere la parola alla famiglia e di evitare di essere cortesi con loro, di non parlare ai figli e di non giocare con i nipoti, anche se ce ne fosse stata l’occasione.

A questo punto il conflitto si è manifestato e ciò che era solo un’aggressione passiva, si è allargata a tutti i vicini che hanno deciso di rompere il codice del silenzio e di rivolgere la parola (in modo scortese e maleducato) all’uomo della famiglia. La tendenza generale è stata l’ostracismo verso la famiglia e la tendenza a spargere voci sul loro conto accusandoli di avere simpatie comuniste, facendogli pressione e forzandoli a subire il “codice del silenzio”.

ANALISI DEL CASO STUDIO 1: ROMANIA

Analogamente ai Paesi vicini, nel 1989 la maggior parte della popolazione rumena nutriva un deciso malcontento verso il regime comunista. La politica di sviluppo economico di Ceau?escu fu considerata responsabile della povertà diffusa in tutto il Paese. Parallelamente alla crescita della povertà, aumentava la morsa della polizia segreta (Securitate), che rendeva la Romania un vero e proprio Stato di polizia. Negli ultimi anni del governo del presidente Nicolae Ceau?escu, il controllo sulla società rumena divenne sempre più stretto, vennero installati sistemi di sorveglianza nascosta nei telefoni, la Securitate arruolò molti più agenti, la censura fu estesa e furono riempiti elenchi di informazioni e rapporti riguardo a moltissimi cittadini. Nel 1989, secondo il CNSAS (Consiglio per gli Studi degli Archivi dell’Ex Securitate), un rumeno su tre era informatore della Securitate.

Particolarmente efficaci nel produrre demoralizzazione e mantenere l’apatia fra la popolazione erano i sistemi di reclutamento degli informatori (non di agenti o funzionari): non si ricorreva che in rari casi all’intimidazione diretta, che avrebbe reso le informazioni dubbie, ma piuttosto alla corruzione come poteva essere il dare la prospettiva di una promozione sul posto di lavoro o anche la concessione di piccoli vantaggi quali il permesso per un viaggio all’estero, il procurare medicine per un figlio malato, una macchina. Nel 1989, con la caduta del governo comunista di Nicolae Ceau?escu, la Romania ha iniziato un percorso di democratizzazione all’interno della società.

Come evidenziato nel caso di conflitto, l’opinione comune su questi ex informatori è comunque fortemente negativa nella società rumena. Il caso di conflitto che stiamo analizzando ha radici profonde nel vissuto di più generazioni ed evidenzia un atteggiamento diffuso nella società.

Studi recenti legati alla gestione non violenta dei conflitti hanno mostrato la connessione diretta fra il comportamento personale e il comportamento sociale e politico. Per promuovere un’educazione alla pace che abbia una ripercussione effettiva sulla realtà è necessario incoraggiare attività che prendano in considerazione la complessità dei conflitti che sorgono anche nella vita quotidiana, oltre a quelli che sorgono all’esterno. Possiamo quindi cogliere una dimensione personale e una dimensione sociale del conflitto, dimensioni che sono intimamente connesse, ma anche funzionalmente diverse tra loro. La dimensione sociale poi, varia dal livello micro (famiglia) a quello macro (Stati), attraversando il livello meso (quartiere, città, ecc). Non è assolutamente possibile gestire positivamente i conflitti a livello sociale senza tenere conto della dimensione interiore o personale del conflitto.

In questo caso uno strumento utile ai fini di favorire un cambiamento a livello micro/meso e macro è il Teatro Invisibile, tecnica del Teatro dell’Oppresso.

È un vecchio strumento che esiste da tempo immemore nella sua forma più semplice e che era usato in maniera massiccia durante la Repubblica di Weimer nella Germania pre-nazista, da gruppi di cosiddetti agit-prop. Boal lo usa e lo sistematizza in Argentina nel 1971 dove, da rifugiato politico, era costretto a fare teatro segretamente.

Scopo del Teatro Invisibile e’ far esprimere spontaneamente il pubblico per verificare le opinioni che emergono e per indicare alternative possibili. Si tratta di azioni teatrali che si svolgono in luoghi pubblici e prevedono l’interazione  con il pubblico, ignaro di essere all’interno di una situazione precostituita. Appaiono eventi curiosi che suscitano l’attenzione dei presenti. Successivamente gli attori convogliano la discussione delle persone sui fatti che a loro interessa esplorare, immettendo informazioni e opinioni, agendo con i diversi personaggi che si sono dati e improvvisando col pubblico. Scopo dell’Invisibile è far esprimere spontaneamente il pubblico per verificare le opinioni che emergono e per indicare alternative possibili. Per Boal non va mai svelato, pena l’annullamento della sua forza con la riduzione a “semplice evento teatrale”.

CASO STUDIO 2: TURCHIA

Nel 1989 la multinazionale Eurogold Madencilik A.S attiva nell’estrazione di oro ha ricevuto l’autorizzazione, da parte del Ministero dell’Energia Turco, di estrarre oro nella zona circostante a Bergama. Il progetto di estrazione doveva inizialmente aver luogo in tre villaggi – Camköy, Ovacik and Narlica – situati nella zona circostante Bergama, vicina alla costa Egea del paese. Nel 1991 dopo che la multinazionale Eurogold aveva trovato l’oro in questa regione, iniziò un progetto di apertura di nuove miniere, che si basava su degli studi precedentemente svolti sull’impatto ambientale che tali impianti avrebbero prodotto sulla zona. In quel periodo la popolazione locale viveva principalmente di agricoltura. Inizialmente gli abitanti dei villaggi circostanti accolsero positivamente le attività di estrazione mineraria, pensando che questa avrebbe portato numerosi posti di lavoro, ma quando iniziò l’attività di estrazione iniziarono ad essere sospettosi del progetto di Eurogold. La compagnia infatti stava conducendo test di trivellazione per analizzare gli strati del suolo, ma a causa di queste trivellazioni delle sostanze chimiche tossiche stavano contaminando alcune falde acquifere facendo ammalare una parte della popolazione locale. Nel 1994 dopo questo incidente un gruppo di avvocati dell’associazione Izmir Bar aprì una pratica contro la compagnia mineraria presso la corte amministrativa di Izmit. Gli avvocati si appellavano al diritto a vivere in “un ambiente sano ed equilibrato” facendo riferimento all’articolo 56 della Costituzione Turca. Nel frattempo Sefa Taskin, sindaco di Bergama, organizzò insieme ai sindaci dei 17 paesi contaminati degli incontri per dare informazioni approfondite sulla miniera e sulle conseguenze ambientali che questa poteva causare. Gli attori coinvolti cercarono di attirare l’attenzione pubblica su questo problema e contattarono i media per raggiungere il loro obiettivo. Gli abitanti locali sostenevano che le attività di estrazione mineraria di Eurogold avrebbero potuto devastare l’ambiente locale, la flora e la fauna. Inoltre sostenevano che le tecniche di estrazione e le sostanze utilizzate per estrarre il metallo stavano causando nell’area circostante malattie gravi e stavano inoltre contaminando l’area della regione. La prima protesta popolare fu organizzate nel 1996. Nel 1997 la Corte Amministrativa di Izmit e la Corte Suprema ordinarono la chiusura dell’impianto poiché le attività di estrazione stavano danneggiando l’ecosistema della regione e la salute della popolazione locale. La compagnia mineraria non prestò attenzione alla sentenza e continuò le proprie attività. Come risposta gli attivisti e gli abitanti dei paesi intorno a Bergama occuparono gli impianti. Durante la protesta alcuni dimostranti furono anche arrestati. Nel 1999, dopo 10 anni il movimento ambientalista riuscì ad ottenere la chiusura degli impianti. Nel frattempo però, nel 2001 il governo decise di rinnovare il permesso di utilizzo del suolo e la compagnia ricominciò le attività di estrazione.

Come immediata risposta i cittadini organizzarono una Marcia a 10 km da Bergama, portandovi anche agli animali delle proprie fattorie; la loro richiesta era di appellarsi alla sentenza della corte che aveva intimato anni prima la chiusura della miniera e che faceva riferimento al diritto alla vita e ad un ambiente protetto e che rispetti l’equilibrio ecologico. Intanto nel 1998 gli abitanti avevano portato il caso alla Corte Europea dei Diritti Umani (ECHR) per ricevere supporto e per far riconoscere che i propri diritti umani erano stati violati dal governo turco. Nel 2004 l’ECHR rese pubblica la sua decisione che afferma che l’attività estrattiva violava la giurisdizione turca, e che quindi la ripresa delle attività estrattive avrebbe violato i diritti umani della popolazione locale. L’ECHR richiese la conseguente cessazione dell’attività estrattiva della Normandy Mining Limited. L’attivismo su larga scala premise di strutturare un ampio network e stimolò una crescita di attenzione per ciò che si era verificato a Bergama. Comitati ambientalisti di Bergama e in particolare Sefa Taskin hanno, fin dall’inizio delle attività di mobilitazione, messo al centro della loro attività la costruzione dei rapporti con organizzazioni internazionali e cercato il supporto dell’opinione pubblica al fine di porre le propri istanze all’agenda politica nazionale e internazionale. Il governo obiettò che le associazioni ed i movimenti nati in supporto della popolazione, avessero l’obiettivo nascosto di accusarlo di approfittare delle proprie risorse naturali, impedendo così alla Turchia di svilupparsi economicamente. Il movimento ambientalista di Bergama e le sue attività socio-politiche contro l’impianto minerario stanno continuando anche oggi. Attualmente il movimento non è ancora riuscito ad ottenere la chiusura della miniera a causa del fatto che il governo non sta attuando la sentenza dell’ECHR e della Corte Amministrativa Suprema.

A causa di ciò le proteste degli abitanti dei paesi stanno continuando.

ANALISI DEL CASO STUDIO 2: TURCHIA

In questo conflitto il primo elemento che si evidenzia è che gli abitanti dei paesi intorno Bergama hanno messo in atto delle manifestazioni di protesta; ciò che potrebbe essere considerato un passo successivo alla manifestazione di protesta è un percorso di azione diretta non violenta. Entrambe le risposte – azioni dirette e manifestazioni – hanno una propria dignità.

Ad esempio azioni come picchettaggio, veglia, pedinamento, digiuno, sciopero della fame, non collaborazione, boicottaggio, sciopero, sciopero lavorativo, occupazione, disobbedienza civile, cortei, marce, proteste, assemblee, possono tutte essere considerate all’interno di un programma costruttivo. Lo scopo dell’azione diretta mira più alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica che alla conversione dell’avversario, anche se non esclude tale possibilità. E’ però importante in questo percorso tenere a mente la seguente frase: “L’azione diretta non violenta unisce la forza sociale della protesta e della non collaborazione alla forza morale della sofferenza volontariamente accettata per il bene degli altri.”

Anche l’azione in sé può essere considerata come una forma di persuasione: il suo scopo è di modificare le convinzioni e la volontà della parte avversa.

La non violenza può diventare quindi uno strumento per:

- ottenere nuove cose: leggi più “giuste”, libertà, più diritti civili ed umani, impedire azioni ritenute riprovevoli, spingere governi, aziende, società o gruppi verso certe scelte;

- difendere cose esistenti: leggi ritenute valide, istituzioni democratiche, conquiste civili, tradizioni e cultura, territori, persone, realtà associative.

Gli strumenti di lotta in questi casi sono azioni non violente quali la non collaborazione, la disobbedienza civile, il boicottaggio, il sabotaggio, il programma costruttivo ed alternativo e tante piccole azioni realizzate a livello locale utilizzando diverse tecniche e modalità a seconda del contesto. Molti esempi storici confermano la validità della resistenza attiva non violenta (non-collaborazione con chi governa, boicottaggio sociale, economico, politico, controinformazioni, obiezione fiscale e lavorativa).

Per mettere in atto un’ azione diretta non violenta, è fondamentale l’aspetto della preparazione personale e del gruppo che andrà a realizzarla.

Nel caso evidenziato dalla Turchia, possiamo notare come, sia i cittadini che i loro rappresentanti, uniti da uno scopo comune, abbiano cercato supporto e sostegno dalla comunità internazionale: in questa situazione il conflitto ha preso una forma e spessore più ampio. Creare network, comunicare i propri problemi e le proprie difficoltà hanno permesso collaborazioni che si sono dimostrate efficaci, permettendo di evidenziare e di dare risalto al problema verificatosi in questa parte del paese. Conflitti che coinvolgono la popolazione in problemi ambientali e sociali spesso portano anche ad uno scontro con il potere economico. In questo caso le azioni dirette non violente sono uno strumento che attiva la popolazione e aumenta la visibilità delle loro campagne, rendendole portatrici di un messaggio simbolico che permette una presa di coscienza del conflitto e non ingaggia uno scontro diretto. In questo percorso di autoaffermazione – individuale e di gruppo – le campagne non violente acquisiscono un ampio respiro sociale e politico.

CASO STUDIO 3: PORTOGALLO

Un po’ di tempo fa, alcuni ricercatori Europei e Americani che facevano parte di un gruppo di lavoro che stava sviluppando un progetto di ricerca sulle seconde generazioni, e che si trovava in quel periodo a Lisbona, aveva pensato di organizzare un incontro nel quale coinvolgere i giovani che avevano partecipato direttamente al progetto. L’idea era di invitarli all’università – ambiente considerato da loro non troppo familiare – per presentare i propri punti di vista e la propria esperienza.

Il gruppo di lavoro pensava che questa opportunità avrebbe potuto facilitare la presentazione della vita quotidiana di questi giovani in diversi contesti urbani (Amsterdam, Andalusia e Lisbona), già analizzata dai ricercatori ed ottenuta attraverso le discussioni ed i focus group. Queste attività facevano parte di una ricerca etnografica sul campo. Il gruppo dei ricercatori aveva strutturato un piano di azione ma non avevano considerato alcune delle spese. Per ciò si decise di provvedere intanto ad alcune spese fisse e di cercare per le altre donatori esterni. Il piano includeva inoltre:

- che il gruppo di lavoro avrebbe dovuto mettere da parte le spese per-diem di uno dei viaggi in Olanda per finanziare il cibo tipico che sarebbe stato prodotto dai locali di Capo Verde (e servito durante il coffe break). Inoltre per l’evento sarebbe stato messo a disposizione l’auditorium;

- che i ricercatori stranieri avrebbero pagato le proprie spese o avrebbero chiesto un piccolo finanziamento ai propri istituti di ricerca;

- che le autorità locali e la Critical Neighborhood (CN) che avevano manifestato il proprio interesse avrebbero fornito il loro appoggio. Quindi mentre la Critical Neighborhood si era offerta di provvedere al carburante per i trasporti, il sindaco della città aveva promesso di mettere a disposizione due veicoli. Vale de Almoeira si trova a circa 60 km da Lisbona, fa parte dell’area metropolitana cittadina ed uno dei suoi problemi è legato al numero limitato di trasporti pubblici.

Dopo la realizzazione dell’evento, la municipalità ha inviato ai ricercatori la ricevuta della benzina, il pedaggio stradale e la fattura per pagare gli autisti. Il manager locale del CN ha detto che non poteva pagare perché l’ente non aveva ricevuto la richiesta prima dell’iniziativa. Nel frattempo le autorità locali avevano inoltrato tutte le richieste al centro di ricerca sperando che il progetto coprisse tutte le spese richieste, senza che fossero stati presi accordi in precedenza. Durante la controversia vennero fuori altri problemi burocratici che non erano stati messi in preventivo, come il pagamento dell’assicurazione per i due furgoni utilizzati per spostare i giovani – che non era mai stata menzionata prima – e la richiesta di una lettera ufficiale nella quale si attestasse che l’amministrazione aveva dato il proprio supporto – che era stato dato, in via informale, in una conversazione durante un festival organizzato in uno dei quartieri. In questa sede il sindaco aveva dato a voce il suo impegno a supportare l’evento.

ANALISI DEL CASO STUDIO 3: PORTOGALLO

Il conflitto che si evidenzia in questo caso studio e’ un conflitto di premesse implicite ed esplicite non condivise.

Nella nostra esperienza possiamo notare che, quando in un accordo tra due parti il risultato non e’ il prodotto atteso, è necessario tornare a leggere quali erano le premesse di tale accordo. Nello specifico è necessario analizzare quali sono state le parole non dette, quelle che avremmo dovuto dire, quelle che sentivamo dentro di noi e che ci avrebbero portato ad un livello di comunicazione basato sulla fiducia e la responsabilità condivisa tra l’associazione e l’istituzione.

Gli accordi verbali necessitano di un livello di collaborazione e di fiducia molto alto, ed anche in questi casi e’ importante verificare che l’accordo e la responsabilità assunte verbalmente siano realmente compresi dalle parti in gioco e successivamente condivisi.

Non dimentichiamo che il concetto di “responsabilità” è profondamente collegato al modo in cui le richieste vengono formulate: se la domanda è strutturata in modo chiaro e lineare diamo al nostro interlocutore la possibilità di comprenderla e di rispondere.

Se la domanda è male articolata, genera confusione e lascia spazio ai fraintendimenti: in questo caso probabilmente il nostro interlocutore o non sarà capace di comprenderla e per ciò di rispondere adeguatamente, o anche se lo fosse, potrebbe interpretarla secondo la propria utilità, strumentalizzando la risposta.

In questo caso incontri e riunioni operative con i verbali degli accordi presi avrebbero potuto evitare che il soggetto istituzionale si sottraesse alle proprie responsabilità che invece, nel caso studio presentato, non erano state ratificate formalmente ma erano rimaste delle convenzioni generiche stipulate in sedi non adeguate.

E’ importante ricordare che se non si affrontano i nodi e le problematiche durante la preparazione di eventi, progetti, laboratori e training, è possibile che i problemi si manifesteranno poi nel durante.

Se gli accordi non sono condivisi, scritti e discussi nelle sedi opportune, si possono verificare fughe di responsabilità che possono poi, al loro volta, causare conflitti.

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